30 novembre 2017

Perchè sogniamo? Dalla psicanalisi agli universi paralleli…


Sono molte le teorie che cercano di spiegare perchè l’uomo passi un terzo della sua vita dormendo.
Si è passati dal considerare il sonno alla stregua di altri adattamenti evolutivi, riconoscendogli la funzione di recupero energetico e quindi d’inattività mentale e fisica ad un’idea di sonno attivo, caratterizzato da sotto-processi indispensabili per la vita dell’essere umano.



Il sonno, insomma, è uno dei misteri della biologia. Ma a porre altri interrogativi è l’attività legata a doppio filo al sonno, cioè ‘sognare’.
I sogni hanno affascinato l’essere umano sin dall’antichità. Per i nostri antenati erano il mezzo utilizzato dagli dei per entrare in comunicazione con gli uomini. Anche nella Bibbia vengono riportati episodi in cui si narra di sogni destinati ad istruire la persona su la volontà di Dio.
Ma perchè sogniamo? A cosa servono i sogni? Anche in questo caso, sono state proposte numerose teorie, ma nessuna di esse risulta pienamente condivisa dai ricercatori. Considerando l’enorme quantità di tempo che passiamo in stato di sogno, il fatto che i ricercatori non abbiano ancora capito la funzione dei sogni può sembrare sconcertante.
Dopo essere stati oggetto di riflessione da parte di uomini religiosi e filosofi, solo di recente i sogni sono diventati oggetto di ricerca empirica e studio scientifico.
Innanzitutto, cominciamo da una domanda di base: che cosa è un sogno? Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza sconcertante di sogni dal contenuto misterioso, composto da immagini, pensieri ed emozioni praticamente reali.
Essi possono essere straordinariamente vividi o molto vaghi, piene di emozioni gioiose, dalle quali mai vorremmo svegliarci, o da immagini spaventose che condizionano il nostro stato d’animo durante la veglia.
E come spiegare l’esperienza che in molti hanno provato del ‘sogno nel sogno’? Sognare di sognare non è così frequente, ma quando capita colpisce molto la fantasia ed il ricordo del sognatore che si sente proiettato in una profondità inconscia o in una vita parallela misteriosa.
Ricercatori come lo psichiatra e scrittore Frederik van Eeden hanno anche parlato di ‘sogni lucidi’ o ‘sogni coscienti’, per indicare un’esperienza durante la quale si può prendere coscienza del fatto di stare sognando. Il sognatore in questione, detto ‘onironauta’, può quindi, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno.
Stephen LaBerge, scienziato all’università di Stanford e fondatore del Lucidity Institute, un centro di ricerca sul fenomeno dei sogni lucidi, descrive l’esperienza come “il sognare sapendo di stare sognando”.
In realtà, non esiste una definizione universalmente accettata dei sogni. In generale si osserva una forte corrispondenza con la fase REM, durante la quale un elettroencefalogramma rileva un’attività cerebrale paragonabile a quella della veglia. I sogni che siamo in grado di ricordare, non avvenuti durante la fase REM, sono a confronto più banali.
Un uomo in media sogna complessivamente per sei anni durante la sua vita(circa due ore per ogni notte). Non si conosce ancora l’area del cervello in cui hanno origine i sogni, né sappiamo se abbiano origine in una singola area o se più parti del cervello vi concorrano, né conosciamo lo scopo dei sogni per il corpo e la mente. Insomma, ci troviamo di fronte ad un enigma biologico vero e proprio.
Alcuni ricercatori sostengono che i sogni non servano a nulla di reale, mentre altri sono convinti che sognare sia una funzione fondamentale della mente, con ricadute benefiche sullo stato emotivo e fisico della persona.

sognare-universi-paralleli-03

Ernest Hoffman, direttore dello Sleep Disorder Center presso il Newton Wellesley Hospital di Boston, suggerisce che una possibile funzione dei sogni (anche se certamente non provata) è che questi tessano nuovo materiale nell’archivio della memoria cerebrale, in modo da ridurre l’eccitazione emotiva e contribuire all’attenuazione di ulteriori traumi e stati di stress.
Deirdre Barret, psicologa dell’Harvard University, è invece convinta che i sogni siano lo strumento di cui è dotato l’uomo per risolvere i problemi. Sognare potrebbe aiutarci a trovare soluzioni a problemi che ci affliggono durante le ore di veglia. Si tratterebbe di un’attività cerebrale simile al pensiero, ma in uno stato leggermente diverso rispetto a quando i nostri occhi sono aperti.
La Barret, per argomentare la sua teoria, ha legato il ‘sognare’ all’evoluzione: “La mia opinione è che l’evoluzione non spreca nulla. Tutte le funzioni degli esseri viventi si evolvono per uno scopo, per generare qualcosa di utile”.
Lo scopo della ricercatrice è quello di dimostrare che i sogni non sono un semplice sottoprodotto dello stato REM tipico del sonno profondo, ma il frutto di una lunghissima storia evolutiva che ha dotato i viventi di tale facoltà per uno scopo preciso.
Tuttavia, non tutti sono d’accordo con la prospettiva suggerita dalla Barret. Alcuni ricercatori si sono chiesti se l’uomo, e gli altri esseri viventi, si fossero evoluti su un pianeta perennemente illuminato, dove l’alternanza notte/giorno sarebbe stata inesistente, lo stesso avrebbero sviluppato l’esigenza del sonno e la facoltà di sognare?
Inoltre, a giudizio di molti, il sonno non sembra un attività così pratica: dall’uomo al gatto, dai rettili agli uccelli e gli insetti, trascorriamo tanta parte della nostra vita in uno stato, il sonno, durante il quale non possiamo procacciarci cibo, ne accoppiarci e quindi riprodurci; in cui rimaniamo vulnerabili agli attacchi dei predatori mentre continuiamo a consumare, comunque, una quota significativa di energie. Basti pensare che tra otto ore passate a letto in stato di veglia anziché dormendo, in termini di consumo energetico la differenza sta in un bicchiere di latte.
Infine, se come afferma la Barret il sogno è finalizzato alla soluzione di problemi che ci affliggono nelle ore di veglia, come mai su 8 ore passate a dormire, ne trascorriamo solo due nella terra dei sogni? E perché il sonno ha sede nel tronco encefalico, la parte più primitiva del cervello?

La psicoanalisi



Il padre della psicanalisi, Sigmud Freud, suggerì che i sogni possano essere una rappresentazione di desideri inconsci, pensieri e motivazioni. Secondo la sua visione della personalità, le persone sono guidate da istinti aggressivi e sessuali, normalmente repressi dalla consapevolezza cosciente.
Se questi istinti non possono essere espressi consapevolmente, Freud pensò che potessero trovare la loro strada nei sogni. Nel suo famoso libro ‘L’interpretazione dei sogni’, Freud scrisse che i sogni sono “adempimenti camuffati di desideri repressi”.
Nonostante la teoria di Freud abbia contribuito alla popolarità dell’interpretazione dei sogni, ricerche successive hanno dimostrato che il contenuto manifesto del sogno nasconde il vero significato psicologico. Tale modello, chiamato “teoria di attivazione di sintesi”, fu elaborato nel 1976 da J. Allan Hobson e Robert McCarley, secondo i quali i circuiti nel cervello si attivano durante il sonno REM, il che fa sì che alle aree del sistema limbico coinvolto nelle emozioni, sensazioni e ricordi, di diventare attive.
Il cervello sintetizza questa attività interna e tenta di dare significato a questi segnali, attività che si traduce nel ‘sognare’. Questo modello suggerisce che i sogni sono un’interpretazione personale di segnali generati dal cervello durante il sonno.
Anche se questa teoria suggerisce che i sogni siano il risultato di segnali generati internamente, Hobson è convinto che i sogni non siano privi di significato, anzi “si tratta del nostro stato di coscienza più creativo. Alcuni sogni sembrano non avere senso, eppure spesso sono davvero utili a darci nuove informazioni: sognare non è tempo sprecato”, conclude il ricercatore.

Universi paralleli



A fare un’incursione nella ‘questione onirica’ c’è anche la fisica quantistica. Alcuni scienziati si stanno progressivamente convincendo che i nostri sogni siano delle finestre che affacciano in universi paralleli, dove le cose avvengono in maniera molto diversa rispetto al nostro universo.
Considerando la possibilità che gli universi paralleli esistenti possano esistere in numero infinito, allora anche le possibilità dei sogni sono infinite. Nei sogni abbiamo la capacità di migrare nel ‘multiverso’ sperimentando viaggi davvero incredibili.
Mentre il mondo gira, miliardi di persone, e forse anche gli animali, fanno questi viaggi interdimensionali. Il confronto tra i modelli cerebrali tra veglia e sonno indica che il cervello non funziona in modo simile nei due stati, eppure, in entrambi i casi, siamo consapevoli e presenti a noi stessi.
In entrambi gli stati stiamo ricevendo input sensoriali, anche se nel caso dei sogni l’origine di questi dati in ingresso e degli organi coinvolti nella loro ricezione rimangono un mistero. In un articolo pubblicato qualche tempo fa sul fenomeno del Deja Vù, furono presentati i pareri di alcuni ricercatori in proposito.
Il dott. Michio Kaku, conosciuto dalla maggior parte delle persone per la sua attività di divulgatore scientifico e per le sue teorie che certamente travalicano i confini delle fisica tradizionale, ha proposto un’interessante connessione tra il fenomeno del déjà vu e l’esistenza degli universi paralleli.
Secondo il dott. Kaku, la fisica quantistica afferma che c’è la possibilità che il déjà vu sia causato dalla nostra capacità di saltare da un universo all’altro! E’ un pò come se centinaia di onde radio differenti fossero trasmesse intorno a noi da stazioni lontane.
Se siamo in possesso dello strumento giusto, una semplice radiolina, possiamo ascoltare una sola frequenza alla volta, questo perchè tutte le frequenze non sono in fase tra loro.
Ogni stazione trasmette il proprio segnale a una frequenza diversa, con un’energia diversa. Il risultato è che la radiolina può captare una sola frequenza alla volta. Allo stesso modo, nel nostro universo noi siamo sintonizzati sulla frequenza che corrisponde alla realtà fisica. Ma ci sono un numero infinito di realtà parallele che esistono attorno a noi, “trasmesse” ad una frequenza differente dalla nostra e con le quali noi non possiamo sintonizzarci.
Trasportando questa suggestiva teoria alla ‘questione onirica’, possiamo supporre che i sogni si producano quando il nostro cervello (la nostra mente) è in grado di sintonizzarsi su un differente stato quantico dell’Universo, cioè un universo parallelo?
Quando ci troviamo a sognare una situazione talmente vivida da sembrare reale, stiamo forse ‘captando’ la mente e i dati sensoriali del nostro ‘alterego parallelo’? Ed è anche possibile che un nostro alterego si sintonizzi sulla nostra mente per sognare la nostra vita?
Chissà! Possibilità del genere aprono a domande più profonde, quali ‘che cosa è la coscienza’? Essa è la più sfuggente ed eterea delle realtà che possiamo comprendere. La fisica quantistica, con il progresso degli studi, tende sempre più a staccare la coscienza dai processi chimici e fisici del cervello, fino a darle una esistenza propria (che alcuni chiamano ‘anima’) e darle la dignità di ‘struttura fondamentale dell’universo’.

Fonte



19 ottobre 2017

Uno studio spiega cosa significa vivere in un ‘universo olografico’

Secondo un nuovo studio pubblicato su Physical Review Letters, i dati sulla radiazione cosmica di fondo sono coerenti con l'idea di un universo olografico. «L’idea alla base della teoria olografica dell’universo è che tutte le informazioni che costituiscono la ‘realtà’ a tre dimensioni siano contenute entro i confini di una realtà con una dimensione in meno»., spiega Claudio Corianò, fisico teorico coinvolto nello studio.

 

http://home.infn.it/images/news/ologramma_2017.jpg
.

[Istituto Nazionale di Fisica Nucleare] Un nuovo studio ha fornito le prime importanti indicazioni scientifiche sulla compatibilità statistica con i dati sperimentali del modello olografico dell’universo, secondo il quale il nostro universo sarebbe, appunto, un grande e complesso ologramma.
La ricerca ha coinvolto fisici e astrofisici teorici di Regno Unito, Italia e Canada, in particolare dell’Università di Southampton in Inghilterra, della Sezione di Lecce dell’INFN e dell’Università del Salento in Italia, del Perimeter Institute e dell’Università di Waterloo in Canada.
La ricerca è frutto di un’analisi congiunta di aspetti teorici e fenomenologici della fisica dell’universo primordiale, uniti a studi di fisica delle interazioni fondamentali.
I risultati di questa complessa analisi sono stati confrontati con i dati sperimentali satellitari sulla radiazione cosmica di fondo (Cosmic Microwave Background, CMB) e sono stati trovati in accordo con essi.
Il modello corrente del nostro universo, che è in una fase di accelerazione dovuta alla presenza di energia oscura, prevede una cosiddetta ‘costante cosmologica’, introdotta da Einstein negli anni ’20 e chiamata Lambda, insieme a materia oscura fredda (Cold Dark Matter, CDM), e per questo prende il nome di modello Lambda-CDM. Questo modello è supportato dai dati sperimentali.
La nuova ricerca, pubblicata su Physical Review Letters, prova che gli stessi dati sperimentali sono a favore anche di un modello di universo olografico.
«L’ipotesi che il nostro universo funzioni come un enorme e complesso ologramma è stata formulata negli anni ’90 del secolo scorso da diversi scienziati, raccogliendo evidenze teoriche in vari settori della fisica delle interazioni fondamentali», spiega Claudio Corianò, ricercatore dell’INFN e professore di fisica teorica dell’Università del Salento, che ha partecipato alla ricerca insieme ai colleghi Niayesh Afshordi, Luigi Delle Rose, Elizabeth Gould e Kostas Skenderis.
«L’idea alla base della teoria olografica dell’universo è che tutte le informazioni che costituiscono la ‘realtà’ a tre dimensioni, più il tempo, siano contenute entro i confini di una realtà con una dimensione in meno», prosegue Corianò.
Si può immaginare che tutto ciò che si vede, si sente e si ascolta in 3D, compresa la percezione del tempo, sia emanazione di un campo piatto bidimensionale, cioè che la terza dimensione sia ‘emergente’, se paragonata alle altre due dimensioni.
L’idea, quindi, è simile a quella degli ologrammi ordinari, in cui l’immagine tridimensionale è codificata in una superficie bidimensionale, come nell’ologramma su una carta di credito, solo che qui è l’intero universo a essere codificato. In un ologramma la terza dimensione viene generata dinamicamente a partire dall’informazione sulle rimanenti due dimensioni.

https://4.bp.blogspot.com/-5xBTDOdELGw/VrtjSPgPqNI/AAAAAAAAQzo/7gd9FcKrpLE/s1600/blog.jpg
.


«Per creare un ologramma si prende un fascio laser luminoso e lo si separa all’origine in due fasci: uno è inviato su un oggetto distante e quindi viene riflesso, mentre l’altro è inviato per essere registrato», spiega Corianò. «Servono due coordinate per indirizzare il fascio incidente sull’oggetto, in modo da esplorarlo completamente, mentre è proprio l’interferenza tra il fascio originario e quello riflesso che permette di ricostruire l’immagine e dare il senso della profondità».
Si può rappresentare il concetto pensando al cinema in 3D. Anche in questo caso la visione 3D è il risultato di due immagini differenti inviate all’occhio destro e all’occhio sinistro, dove una scena viene ripresa da due angolature distinte, che il nostro cervello processa automaticamente generando il senso della profondità.
L’informazione, in questo caso, viene da uno schermo piatto, ma è percepita dall’osservatore come tridimensionale. In ambito cosmologico, per avere una rappresentazione semplificata della formulazione olografica, possiamo immaginare che ci sia una superficie ideale, sulla quale tutta l’informazione dell’universo venga in qualche modo registrata, come in un ologramma: uno schermo che contiene la “scena” dell’intero universo.
Gli scienziati ora sperano che il loro studio possa aprire la via per migliorare la nostra comprensione dell’universo e spiegare come lo spazio e il tempo si siano prodotti.

12 ottobre 2017

Un uomo morto per un’ora racconta di essere stato nell’aldilà

Questa è l'incredibile storia di un uomo americano ritornato in vita dopo essere tecnicamente morto per quasi un ora. Quando ormai i medici avevano interrotto ogni tentativo per rianimarlo, l'uomo ha scioccato tutti ritornando in vita. Ma ciò che più sconcerta è il racconto di ciò che ha visto dall'altra parte.

 

Brian Miller, 41 anni, è un camionista dell’Ohio. Mentre era intento ad aprire un contenitore, si è reso conto che c’era qualcosa che non andava.
L’uomo ha immediatamente chiamato la polizia. “Sono un autista di camion e penso che sto avendo un attacco di cuore”, ha detto all’operatore.
Miller è stato prelevato da un ambulanza e subito ricoverato in un ospedale locale dove i medici sono riusciti ad arginare l’attacco cardiaco.
Ma dopo aver ripreso conoscenza e sentire alleviare il dolore, l’uomo ha sviluppato una fibrillazione ventricolare, una aritmia cardiaca rapidissima, caotica che provoca contrazioni non coordinate del muscolo cardiaco dei ventricoli nel cuore.
Il risultato è che la gittata cardiaca cessa completamente. La fibrillazione ventricolare è uno dei quattro tipi di arresto cardiaco.
«Non c’era battito cardiaco, non c’era pressione sanguigna e non c’era polso», racconta l’infermiera Emily Bishop a fox8.com. I medici hanno cercato di rianimarlo, tentando per quattro volte di riportarlo in vita, ma Miller sembrava ormai senza speranza.
È a partire da questo momento che Miller ha raccontato di essere scivolato via in un mondo celeste. «L’unica cosa che mi ricordo è che ho cominciato a vedere la luce e a camminare verso di essa», racconta Brian.
Si è ritrovato a percorrere un sentiero fiorito con una luce bianca all’orizzonte. Miller racconta che ad un tratto ha incontrato la sua matrigna, morta da poco tempo.
«Era la cosa più bella che avessi mai visto e sembrava così felice», racconta. «Mi ha preso il braccio e mi ha detto: “Non è ancora il tuo momento, tu non devi essere qui. Devi tornare indietro, ci sono cose che ancora devi fare”».
Dopo 45 minuti, il cuore di Miller è tornato a battere dal nulla, ha detto la Bishop. «Il suo cervello è rimasto senza ossigeno per 45 minuti e il fatto che lui possa parlare, camminare e ridere è veramente incredibile».
«Sono contento di essere tornato tra i vivi», ha detto Miller. «Ora sono sicuro che la vita continua dopo la morte e la gente deve sapere e credere in essa, alla grande!».
Come riporta messagetoeagle.com, quello vissuto da Miller è un fenomeno noto ai ricercatori che studiano le esperienze di premorte (NDE). Nella maggior parte dei casi, coloro che sperimentano le NDE cambiano per sempre, sviluppando una concezione più spirituale della vita e molto più serena. I soggetti non temono più la morte, spiegando che l’esperienza è diventata la pietra angolare della loro vita.
Qualche tempo fa, un’esperienza di premorte è stata in grado anche di convincere un neurochirurgo scettico. È il caso del dottor Eben Alexander, uno scienziato agnostico che dopo l’esperienza è diventato un convinto sostenitore della vita spirituale.
Nel 2008, il dottor Alexander è scivolato in coma per sette giorni. Quello che visse in quei gironi ha cambiato per sempre la sua concezione dell’esistenza. “Come neurochirurgo, non credevo nel fenomeno delle esperienze di pre-morte. Sono cresciuto in una cultura scientifica, essendo figlio di un neurochirurgo”, spiega Alexander.

«Non sono la prima persona ad aver scoperto che la coscienza umana esiste al di là del corpo. Brevi, meravigliosi scorci di questa realtà sono antichi come la storia umana. Ma per quanto ne so, nessuno prima di me ha viaggiato in questa dimensione con la corteccia completamente spenta e con il corpo sotto osservazione medica minuto per minuto e per sette giorni di seguito».
Pur essendo in come, il dottor Alexander racconta di aver visto il paradiso, dove dice di aver incontrato una bellissima donna dagli occhi azzurri in un luogo fatto di nuvole e di esseri scintillanti. «Mi ci sono voluti mesi per venire a patti con quello che mi è successo».
«So bene quanto sia straordinario e quanto suoni francamente incredibile. Se ai vecchi tempi qualcuno, anche un medico, mi avesse raccontato una storia del genere, sarei stato certo che era sotto l’incantesimo di una qualche delusione. Ma tutto questo era successo a me ed era reale, e forse più reale di ogni evento della mia vita. Quello che mi è successo esige una spiegazione», conclude Alexander.

Fonte

16 giugno 2015

Prepararsi alla morte con i viaggi fuori dal corpo

Ana Leboeuf è un’infermiera brasiliana che ha vissuto un’esperienza di morte imminente (NDE). Da anni si dedica alla ricerca sul rapporto tra coscienza e cervello, indagando anche sulla morte e sulle uscite dal corpo (OBE) in quanto membro della IAC (Accademia internazionale di Coscienziologia) . L’abbiamo incontrata a un recente congresso e le abbiamo chiesto perché a suo modo di vedere il fatto di abituarsi a vivere esperienze fuori dal corpo aiuta a perdere la paura della morte.



“Praticare le proiezioni fuori dal corpo è uno dei modi più sicuri di perdere la paura della morte” ci risponde. “ Infatti la proiezione è in se stessa una specie di morte provvisoria. Se il soggetto prende coscienza di essere fuori dal proprio corpo fisico, vive coscientemente una specie di morte e si rende conto che questa esperienza non ha nulla di spaventoso. Ho notato che le persone che hanno una certa familiarità con le proiezioni parlano spesso della morte, al contrario della maggioranza della gente che fa di tutto per evitare questo tema. Devo aggiungere che personalmente credo nella reincarnazione e penso che capire di stare compiendo un processo evolutivo di cui una vita e una morte non sono altro che tappe aiuta a superare la paura di morire.”

 http://4.bp.blogspot.com/-cNoLwhu8k7w/VPSU3PJ3FmI/AAAAAAAAPwY/ylYlCzt4SXQ/s1600/viaggio%2Bfuori%2Bdal%2Bcorpo%2B567%2B%2BiStock_000008391885Small.jpg
Quindi è solo la paura dell’ignoto che genera il tabù della morte?
Oltre al terrore dell’ignoto, tra le cause principali per cui la maggior parte delle persone ha paura della morte e tende a rimuovere il pensiero di dover morire un giorno ci sono gli attaccamenti. Gli attaccamenti sono ciò che ci lega a questa vita. In particolare siamo attaccati ai nostri cari e di conseguenza temiamo di perderli.  Abbiamo paura della morte perché la morte ci separa da tutti coloro che abbiamo amato. Un altro lavoro importante per prepararsi alla morte, oltre alla pratica delle proiezioni fuori dal corpo, consiste nel vincere gli attaccamenti.
Dobbiamo staccarci affettivamente dai nostri cari?
Certo che no.  È giusto voler bene ai propri familiari, ma il fatto di sapere di aver già vissuto varie vite e di aver avuto molti padri, molte madri, molti fratelli, molti mariti o mogli ai quali siamo stati legati esattamente come oggi lo siamo ai nostri cari ci può aiutare a vedere tutto nelle giuste proporzioni. Se ci rendiamo conto  che oggi alcuni di questi esseri sono in questa dimensione come noi, mentre altri si trovano in dimensioni extrafisiche. Se scopriamo che abbiamo amato tutti questi esseri come oggi amiamo i nostri familiari attuali, allora perdiamo l’attaccamento morboso alla nostra famiglia.
Lei fa parte di un gruppo di studio sulla morte fondato dall’IAC. Potrebbe parlarcene?
Volentieri. Si tratta di un gruppo che viene chiamato “invisibile” in quanto non ha una sede fisica. Ci incontriamo settimanalmente online per discutere del tema della morte. Annualmente avviene un incontro effettivo durante il quale affrontiamo temi specifici quali un video, o un libro. In queste occasioni organizziamo attività aperte al pubblico, sempre legate al tema della morte.
Questo gruppo è aperto a tutti?
Sì a tutti, a condizione di essere accettati dai coordinatori. Abbiamo persone di vari paesi e usiamo varie lingue.
Avete progetti per il futuro?
In effetti sì. Vorremmo dialogare con persone e organizzazioni fuori dalla IAC. Il nostro progetto ha un nome: Vita sana, morte felice. Per vita sana non intendiamo tanto la salute fisica quanto quella psichica.  Spesso le persone che hanno una malattia cronica grave si preoccupano solo di guarire fisicamente, ma non pensano alla propria salute coscienziale che potrebbe aiutarle a passare in modo felice in altre dimensioni. Un’altra proposta è lavorare con pazienti terminali e con i loro famigliari. Nel gruppo abbiamo una psicologa specializzata nel tema dell’elaborazione del lutto che potrebbe aiutare le famiglie a vivere il dolore della perdita. È importante  non rimuovere il lutto, ma vivere il dolore in modo sano e positivo.
Vi interessate anche di culture antiche o tradizionali dove il concetto di morte è radicalmente diverso dal nostro e dove la vita dopo la morte non viene messa in dubbio?
Personalmente sono convinta che tutti noi siamo già passati da queste antiche credenze. Nell’esistenza presente dobbiamo preparare le nostre vite future. Se, grazie alle tecniche di proiezione, riusciamo a conservare una certa lucidità durante il processo di morte, potremo affrontare meglio il periodo tra le vite e preparare le nostre prossime incarnazioni. Anche l’IAC ha una tecnica chiamata retrocognizione che permette di raccogliere informazioni da vite passate, forse vissute proprio nei popoli e nelle civiltà cui faceva allusione. Tuttavia, se come credo stiamo compiendo un processo evolutivo, allora sappiamo che ciò che siamo oggi è meglio di ciò che siamo stati nelle vite precedenti. Perciò credo sia molto importante guardare avanti anziché legarci al passato e usare al meglio ciò che siamo stati in questa vita.
La meditazione può aiutare a prepararci alla morte?
La meditazione si può paragonare alla proiezione. Se l’interessato ha un buon livello di evoluzione si troverà a livelli extrafisici elevati. Ma se al contrario ha molte immaturità, troverà livelli corrispondenti. È vero che durante queste esperienze possiamo incontrare delle entità più evolute che ci aiutano. Io stessa durante l’esperienza di premorte ho incontrato un’entità molto più evoluta di me. Ho sentito la sua grande serenità, la pace che emanava. Ma questi incontri non fanno evolvere automaticamente. Semmai servono a capire che dobbiamo lavorare su noi stessi per arrivare a un livello migliore. Non credo che il solo fatto di meditare ci aiuti nell’evoluzione. Credo molto più nel lavoro concreto nella vita di tutti i giorni. Quando medito posso effettivamente toccare un livello più alto, ma se ciò non viene unito alla pratica, rimane molto teorico. Non bisogna dimenticare che la vita spesso ci confronta con molte immaturità, molta violenza e che tutto ciò mette alla prova il nostro livello evolutivo.

Fonte

5 giugno 2015

L’esperienza di premorte di un neurochirurgo: “Sono stato in paradiso!”

Eben Alexander viene ricoverato per un attacco di meningite nel 2008. Entra in stato vegetativo e al risveglio ricorda un viaggio in una "dimensione più alta", popolata da angeli, in uno scenario paradisiaco. Tra dubbi e dichiarazioni, un'esperienza che arricchisce la complessa fenomenologia delle esperienze di "pre-morte".


 Eben Alexander

E’ una storia particolare quella del dottor Eben Alexander, neurochirurgo a Harvard, con un curriculum accademico importante. Una storia finita sulla copertina di Newsweek, e ripresa – con una certa cautela – da altri giornali nel mondo.
Ma soprattutto perché il racconto della “settimana in paradiso” del neurochirurgo è quello di un salto notevole da una vita fatta di ricerche, accademia, dati, laboratori, a un’interpretazione della realtà profondamente diversa, durante i giorni in coma vissuti da Alexander e che dalla sua, ha i referti di un monitoraggio costante del suo stato cerebrale durante quello che lui definisce come un’esperienza in un altro mondo. Quello dopo la morte.
Le Near Death Experience, esperienze di “pre-morte” non sono eventualità rare. Sono anzi migliaia i casi ogni anno di persone che raccontano di aver visto, se non vissuto, in un “aldilà” dalla realtà terrena. Sono tutte esperienze accomunate da almeno un elemento, ovvero la costante, profonda e pervasiva sensazione di pace, riservata a chi attraversa il confine tra la vita e la morte.
Molti parlano di una vera e propria estasi. E nella stragrande maggioranza, chi è tornato indietro non aveva alcuna intenzione di farlo, e i racconti convergono tutti sull’intervento di una forza non meglio specificata, in grado di riavvicinare la coscienza al corpo “abbandonato”.



Nello specifico caso di Alexander, 58 anni, la figura è quella di uno specialista con un curriculum di rilievo, che nell’arco della sua carriera avrà presumibilmente ascoltato decine di storie di questo tipo, e che lui stesso dice di aver sempre respinto. Ma dopo l’attacco di meningite nel 2008, e il ricovero in coma al Virgina Hospital, una condizione che avrebbe prodotto la NDE, il dottore ha la sua personale versione da raccontare.
Mentre il suo cervello non comunicava attività, e il suo corpo era privo di conoscenza e non rispondeva agli stimoli, Alexander dice di essere giunto in un luogo “pieno di farfalle, in cui si udiva della musica e canti”, in un viaggio che descrive come “molto vivido, in un universo coerente”.
Alexander narra del suo arrivo in un posto molto simile al Paradiso nella sua immagine più comune, quella di un “luogo pieno di nuvole”, in cui è stato accolto da una donna “bellissima, con gli occhi azzurri”, e ha percepito di essere “amato incondizionatamente” da un’entità spirituale, “volando su ali di farfalla”. Tutto ciò mentre era privo di coscienza, il che porta lo scienziato a teorizzare l’esistenza di un’altra forma di coscienza, spirituale.
Quella di Alexander è quindi un’esperienza che ha modificato profondamente una radicata visione scientifica della coscienza umana. “Come neurochirurgo, non credevo alle Nde”, scrive lo scienziato su Newsweek, “e ho sempre preferito le ipotesi scientifiche”. Il dottore dichiara di non essere cattolico, e di non credere nella vita eterna. Ma poi ha sperimentato “qualcosa di così profondo”, da fargli riconsiderare le esperienze NDE in chiave scientifica.
Il suo viaggio tra “nuvole rosa e creature angeliche che lasciavano scie in cielo” racconta di incontri con creature “diverse da qualunque altra abbia mai visto su questo pianeta”, dice Alexander. “Erano più avanzate, forme più alte. E poi il canto corale che arrivava dall’alto, mi riempiva di gioia e stupore”. Tutto questo, dicono i referti, durante uno stato in cui la corteccia cerebrale, la parte che controlla le emozioni e il pensiero, costantemente monitorata, è risultata priva di attività.


Alexander aggiunge: “Non c’è una spiegazione scientifica a quello che è successo: mentre i neuroni della corteccia erano inattivi a causa dell’infezione, qualcosa come una coscienza slegata dalla mente è arrivata in un altro universo. Una dimensione di cui mai avrei immaginato l’esistenza”. Un’esperienza che lo stesso dottore ha ben chiaro possa ricordare un set hollywoodiano.
E che però, dichiara, “Non era di fantasia. E ha profondamente inciso sulla mia attività professionale e sfera spirituale”. Con l’auspicio, inoltre, che un contributo firmato da un neuroscienziato possa aiutare a fare più luce, terrena, sul complesso fenomeno delle Nde.

Fonte

11 maggio 2015

India, è nata una 'bambina di plastica': sembra una bambola di gomma

india-bambina-di-plastica-collodion-baby

ROMA - Quando nasce un bambino siamo abituati a sentir dire "sembra un bambolotto".
Ma in questo caso il paragone è quasi reale.
In India, nella città di Amritsar, è nata una "bambina di plastica", una neonata affetta da una rarissima sindrome a causa della quale la sua pelle è ricoperta da una membrana traslucida e pergamenacea, la cosiddetta "membrana di collodio", risultato di una disfunzione della cheratinizzazione epidermica.
Nota come "collodion baby", i bambini nati con questa disfunzione genetica sembrano bambole di gomma.
"la bambina comincia a piangere quando qualcuno la tocca. Sembra una bambola di gomma e la sua faccia sembra simile a quella di un pesce. I suoi occhi e le labbra sono di colore rosso caldo. Non è in grado di essere allattata dalla mamma", ha raccontato un medico del Guru Nanak Dev Medical College and Hospital in Amritsar, dove la piccola è venuta alla luce."Si tratta di un tipo di malattia genetica. E' dovuta ad una mutazione di alcuni geni e di solito è un'autosomica recessiva, ittiosi congenita (condizione della pelle squamosa). Il 10 per cento dei bambini di plastica ha una normale pelle sottostante. La pelle di questo bambino, come altri nati con questa condizione, è molto spessa" ha detto Pannu.

I bambini di plastica sviluppano crepe nella pelle dopo la nascita e la membrana si toglie automaticamente entro un periodo da 15 a 30 giorni, ma il periodo è molto doloroso per il neonato, che rimane sotto costante minaccia di infezione quando il corpo si libera della membrana. Questa minaccia resta tutta la vita.
A volte questi bambini riportano ipotermia e disidratazione oltre ad altri problemi.

Fonte